Quando si parla delle nuove generazioni in Italia, c’è sempre qualcuno che si premura di ricordare che siamo un paese di “bamboccioni”: pigri, poco intraprendenti e restii ad andarsene da casa. L’espressione è spesso seguita dal paragone con i “paesi anglosassoni”. Lì sì che le che cose sono diverse, si dice: via da casa a 18 anni, e guai a chi non lavora.
Ora invece si scopre che anche negli Stati Uniti essere indipendenti è sempre più difficile per i giovani tra i 20 e i 30 anni e che l’ingresso nella cosiddetta età adulta avviene sempre più tardi. Bamboccioni, insomma. Anche in America. Bamboccions.
La storia ci è subito piaciuta. E le storie, si sa, a volte permettono anche di prendersi delle rivincite. Noi del Post infatti – foss’anche solo per la media anagrafica della redazione – siamo molto sensibili al tema “bamboccioni” e ci piace che sia proprio una storia proveniente da un “paese anglosassone” a permetterci di chiarire che le cose sono molto più complesse di quello che si dice di solito in giro.
Secondo una recente ricerca, negli Stati Uniti i giovani tra i 20 e i 30 anni impiegano molto più tempo a finire gli studi, costruirsi una carriera, sposarsi, avere figli e diventare economicamente indipendenti. Il direttore della McArthur Foundation Research Network on Transitions to Adulthood, Frank F. Furstenberg, spiega al New York Times che quella in corso è una vera e propria transizione epocale: “sta emergendo un nuovo periodo nella vita dei giovani, un periodo in cui non sono più adolescenti ma non sono ancora adulti”.
Matrimonio e maternità, una volta considerati prerequisiti fondamentali per l’ingresso nella vita adulta, ora sono visti più come scelte di vita, secondo un recente rapporto della Princeton University e della Brookings Institution. La tendenza è legata ai cambiamenti sociali ed economici iniziati a partire dagli anni settanta, tra cui il passaggio da un’economia industriale a un’economia di servizi, che ha iniziato a mandare molte più persone all’Università, e il movimento femminista, che ha allargato le opportunità formative e professionali anche alle donne.
Oggi negli Stati Uniti le donne rappresentano la maggioranza degli studenti universitari e quasi metà della forza lavoro, per questo spesso si sposano e hanno figli più tardi rispetto alla media delle generazioni precedenti.
Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il 54% delle donne madri ha studiato all’università. L’età media per il matrimonio era di 23 anni nel 1980, ora è di 26 per le donne e 27 per gli uomini. Per molti il matrimonio è scomparso come elemento caratterizzante dell’età adulta. Oggi, più del 40% delle nascite avviene all’interno di coppie non sposate, un aumento del 28% dagli anni novanta. Allo stesso tempo, aumenta il numero di donne che non hanno figli. Il 20% delle quarantenni americane non ha figli, cosa che sarebbe stata considerata strana o tragica negli anni cinquanta e che ora invece è considerata semplicemente una scelta di vita.
Un’altra tendenza dei giovani americani di oggi è quella di rimanere più a lungo sulle spalle dei loro genitori dal punto di vista economico:
Più anni passati a studiare significa più anni a carico dei genitori. I giovani tra i 18 e i 34 anni ricevono in media 38.000 dollari cash e l’equivalente di due anni di lavoro full time dai loro genitori. Negli anni novanta invece i genitori investivano sui propri figli soprattutto durante il periodo dell’adolescenza. Inotlre sempre più ventenni vivono con i loro genitori. Circa 1/4 dei venticinquenni maschi bianchi ha vissuto a casa nel 2007, contro 1/5 del 2000 e meno di 1/8 del 1970.
Nell’insieme, un quadro molto più complesso rispetto alla semplice accusa di sindrome di Peter Pan.
“Non abbiamo ancora rafforzato abbastanza quelle istituzioni che dovrebbero aiutare i giovani adulti” dice Furstenberg “viviamo ancora nell’idea arcaica che l’ingresso nell’età adulta avvenga alla fine dell’adolescenza o intorno ai vent’anni”.




Bè questo interessante articolo non fa altro che chiarire una cosa che i giovani italiani provano a dire da anni, a chi li accusa di essere bamboccioni.
Sì, magari rispetto ai paesi anglosassoni siamo più mammoni e pigri, se lo dicono le statistiche: ma queste statistiche le fanno gli stessi che non schiodano e non condividono, che non valutano e quindi non assumono.
Il vero dato di questo articolo non è che anche gli americani hanno i bamboccioni, ma che loro, non appena il fenomeno è stato individuato, l’hanno analizzato, trovandone il motivo. E noi no.
Inoltre, trovo interessante la tesi secondo cui l’aumento di studenti universitari ha contribuito all’introduzione di questa fase intermedia tra adolescenza ed età adulta: cosa nota da millenni, in realtà. Non per nulla in greco antico la parola “scolè”, da cui la nostra “scuola”, è l’equivalente del latino “otium”. Perché per studiare, già da allora era evidente, il requisito principale è non doversi preoccupare d’altro.
Inoltre leggo su West (http://www.west-info.eu/it/giovani-svedesi-poveri-e-contenti/) che in Svezia, paese appartenente all’area che spesso viene citata come esempio della capacità culturale e sociale di allevare giovani adulti presto pronti all’emancipazione, il problema è inverso: i ragazzi non arrivano alla fine del mese e presto saranno costretti a tornare nel nido.
Diremo che sono bamboccioni?
Fa piacere leggere qualcosa che fa un po’ giustizia di prese di posizione comode e ipocrite, come era ed è quella sui cd bamboccioni. Del resto, crisi a parte, è ovvio che tanto più la società è complessa e competitiva, tanto più richiede formazione iniziale e tanto più si rimane a carico della famiglia.
http://laughingsquid.com/the-new-yorker-boomerang-generation-cover-by-daniel-clowes/
La copertina del newyorker di un paio di settimane fa….
Facciamo così: noi bamboccioni smettiamo di prendercela col sistema che non riconosce alle nostre capacità sufficiente valore economico da permetterci di comprare quell’appartamentino a due vie di distanza dalla casa di famiglia e voi, chiunque voi siate e chiunque voi siate avete nella stragrande maggioranza dei casi preso soldi o rendite o beni o segnalazioni o raccomandazioni da padri/amici/fratelli – la piantate di dirci come dovremmo vivere la nostra vita.
Non ho tempo di cercare i numeri, pero’ mi pare di capire che l’articolo dica che i giovani americani rimangano in casa piu’ a lungo che in passato, ma sospetto siano sempre percentualmente meno degli italiani.
In ogni caso, mi sento di dire una cosa: con l’equivalente di 1000 euro al mese il giovane americano, ma non solo, se ne va di casa magari condividendo l’appartamento con altri, il giovane italiano non si schioda. Mediamente, poi ci saranno tutte le eccezioni del caso.