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I giornali stranieri parlano (poco) della legge “bavaglio”

Molti giornali stranieri accusano Berlusconi di voler attaccare la libertà di stampa e mettere i propri interessi al di sopra della legge

Ma l'Economist e il Daily Telegraph sono anche molto severi nei confronti dell'amministrazione della giustizia e della pubblicazione delle intercettazioni sui giornali

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Sul Foglio di stamattina abbiamo letto i commenti di alcuni giornalisti stranieri all’uso delle intercettazioni sui giornali. La domanda posta era questa: “In quale altro paese può succedere che un grande quotidiano pubblichi paginate di intercettazioni telefoniche relative a indagini in corso, senza risparmiare particolari privatissimi sulla vita degli intercettati veri e propri e degli intercettati per caso?”. Il titolo riassumeva senza troppi giri di parole i risultati del sondaggio:  “Sputtanopoli è solo italiana”.

A noi però sembrava che la domanda del Foglio, per quanto condivisibile nella sua intenzione di difesa della privacy, eludesse alcuni aspetti importanti della legge in approvazione. Gli stessi giornalisti intervistati dal Foglio dicevano che, sì, da loro le intercettazioni vengono pubblicate con più cautela ma che la situazione dell’Italia non è paragonabile a quella di altri paesi europei e che la legge di cui si sta discutendo in questi giorni non garantirebbe un corretto equilibrio tra privacy e diritto all’informazione.

Allora ci siamo chiesti: ma come mai i giornali italiani critici della legge che sono sempre così attenti a coinvolgere il giudizio della stampa estera sui guai del governo Berlusconi, in questo caso non ci hanno segnalato l’indignazione internazionale? E siamo andati a vedere meglio che cosa ha scritto la stampa estera sul disegno di legge:

L’Economist scrive che nonostante sia ovvio che uno dei principali beneficiari della legge sia proprio Silvio Berlusconi, non si può dimenticare che in Italia le intercettazioni siano spesso usate in modo improprio:

Un conto sono le cattive intenzioni, un conto sono le cattive leggi. Una delle cose a cui gli italiani sono abituati è la quotidiana violazione dei diritti delle persone indagate e di altre persone finite anche solo in maniera collaterale nelle inchieste. Le informazioni vengono diffuse in modo selettivo ai giornalisti prima del processo, spesso creando una presunzione di colpa che poi diventa difficile da ribaltare, si tratti del tribunale o dell’opinione pubblica. Un esempio è il caso di Amanda Knox, una studentessa americana, e del suo fidanzato italiano Raffaele Sollecito, che furono arrestati l’anno scorso per l’omicidio dell’allora compagna di stanza di Amanda. Gran parte di quello che fu pubblicato prima del processo era del tutto irrilevante. Ma contribuì a dare l’impressione che i due fossero assetati di esperienze estreme. Dal momento che le intercettazioni possono essere pubblicate, anche i cittadini innocenti che si trovassero a parlare con indagati possono finire sui media con i loro segreti sui intimi.

Alcune delle restrizioni proposte dalla legge sono ritenute normali in molti paesi. Vietano la pubblicazione dei dettagli di un’inchiesta fino alla formulazione di una sentenza, quando i giornalisti potranno riportare la sostanza (ma non le parole esatte) delle conversazioni registrate; impediscono ai giudici di lasciare commenti sulle indagini che stanno seguendo; limitano la possibilità di riprendere con le telecamere all’interno delle aule dei tribunali.

Ma chiarito questo, l’Economist segnala come non si possa tacere l’anomala condizione dell’Italia:

Non è un paese come gli altri. È notoriamente corrotto, con una forte sovrapposizione tra politica e giustizia. E la lentezza del suo procedimento giudiziario spesso significa che possono passare anni prima che si arrivi a una sentenza. Chi si oppone alla legge lo fa sostenendo che queste disposizioni avrebbero impedito di venire a conoscenza di alcuni degli scandali più recenti della politica italiana. Ma si può anche sostenere che probabilmente la stessa legge avrebbe dato un salutare incentivo a giudici e magistrati ad accelerare i tempi dei processi.

Quello che secondo l’Economist dovrebbe preoccupare realmente gli italiani non sono tanto le possibili intercettazioni mancate sugli scandali della vita privata di Berlusconi, ma le restrizioni che con questa legge subirebbero anche le inchieste legate alle organizzazioni mafiose: l’unica eccezionalità che dovrebbe essere riconosciuta all’Italia.

Un giudice dell’antimafia siciliana ha detto che se questa legge fosse stata in vigore, nessuno dgli ultimi due boss di Cosa Nostra sarebbe stato catturato. Di questo, più che del diritto di Berlusconi a tenere riservata la sua vita sessuale, si dovrebbero preoccupare i legislatori italiani.

Su una posizione ambivalente molto simile anche il Daily Telegraph nell’intervento di Adrian Michaels, più preoccupato però delle restrizioni sulla stampa:

Molte delle persone che fanno parte del sistema giudiziario in Italia si comportano in modo scorretto. Convinti che non riusciranno mai a far condannare i ricchi e i potenti, diffondono abitualmente le informazioni delle loro inchieste ai giornali, in modo che le loro tesi si affermino almeno nell’opinione pubblica. È un modo vergognoso di superare i tempi del processo, e non importa quanto possa essere giustificato.

Per questo posso dire di avere una certa simpatia nei confronti della legge proposta da Silvio Berlusconi. Ma – ed è un grosso ma – l’attacco di Berlusconi contro i giornalisti che pubblicano le intercettazioni telefoniche o altre informazioni provenienti da fonti giudiziarie è inaccetabile. I giornalisti hanno il dovere di informare e hanno il dovere di pubblicare tutto quello in cui si imbattono per portare alla luce fatti che potrebbero essere di pubblico interesse.

Michaels conclude il suo attacco alla legge come è formulata paragonandole alle iniziative di Benito Mussolini contro la stampa. Molti altri quotidiani attaccano più direttamente Berlusconi criticando il suo tentativo di limitare la libertà di stampa e di mettersi al di sopra della legge senza entrare nel merito della legge e del suo contenuto: sono molti gli articoli dedicati alle proteste e pochissimi i commenti e le analisi sulla legge, come se il caso italiano spiazzasse gli stranieri. Il Times, voce dell’establishment conservatore britannico, scrive che Berlusconi ha fatto male i conti:

Gli italiani non solo sono preoccupati da quella che sembra essere l’ennesimo tentativo della classe dirigente di difendere se stessa e i suoi privilegi, ma sono anche allarmati dal desiderio evidente di Berlusconi di mettere i propri interessi al di sopra di quelli della legge.

E la BBC, alla fine di un lungo e dettagliato articolo in cui spiega che cosa prevedono le nuove disposizioni e le posizioni di entrambi gli schieramenti, scrive che la legge potrebbe essere portata di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio perché accusata di violazione della difesa della legalità e della libertà di stampa.
Ma sarebbe interessante capire meglio dai commentatori stranieri se è vero ciò che scrive l’Economist: se è vero che “alcune delle restrizioni proposte dalla legge sono ritenute normali in molti paesi”? E quali sì e quali no?

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