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— Cultura

“Sono il campione della menzogna”

La confessione al País di Tommaso Debenedetti, il giornalista delle interviste impossibili

"Io volevo essere un giornalista onesto, ma in Italia non si può. E quindi ho mentito per denunciare lo stato delle cose"

6 giugno 2010

Fece dire a John Le Carré che se fosse stato italiano avrebbe votato Berlusconi. L’intervista fu ripresa dal Corriere, Le Carré si infuriò e mandò una smentita al Guardian. La Repubblica ne scrisse ma il caso si chiuse lì.

Io mi limitavo a seguire le regole di questo gioco comico e tragico. La falsificazione e il settarismo sono gli elementi fondamentali dell’informazione italiana. Soprattutto nella stampa berlusconiana, ma non solo. Tutto si basa su Berlusconi: o sei amico o sei nemico. Le notizie, le interviste, le dichiarazioni e le censure si decidono solo sulla base di questo criterio. È un sistema squilibrato e senza alcun controllo.

Nei mesi scorsi, la ricostruzione della storia di Tommaso Debenedetti era passata anche per il racconto delle sue vicissitudini familiari. A rendere la sua vicenda ancora più surreale e cinematografica erano arrivati una famiglia di grandi critici letterari e un rapporto molto complicato col padre.

Per quel che posso dire, non credo che il rapporto con mio padre abbia influito sulle cose che ho fatto. Lui non mi ha aiutato a diventare giornalista, ma il nostro rapporto si è interrotto per motivi strettamente familiari. So che sta molto male e questo mi dispiace, perché gli voglio bene. Mio nonno Giacomo invece è stato sempre il mio modello letterario: mi sarebbe piaciuto essere come lui. Forse questo è stato un modo freudiano per evitare di essere paragonato a lui.

La cosa sorprendente dell’intervista è proprio la capacità di Debenedetti di saltare da un registro all’altro con una facilità disarmante. Una risposta da castigatore del giornalismo italiano, una da artista della letteratura. Una risposta da uomo desideroso di essere all’altezza delle gesta della sua famiglia, una da impostore che s’è divertito un mondo.

Mi divertii un sacco a dare ai gatti di Banana Yoshimoto i nomi dei miei gatti, Dada e Kiko. E mi divertii un sacco pure a intervistare Ratzinger poco prima del conclave. L’Indipendente ripubblicò il pezzo dopo l’elezione a Papa titolando: “L’ultima intervista prima di diventare Papa?”

Finisce l’intervista e il cerchio si chiude: uno si aspetta che dopo una confessione del genere Debenedetti si fermi qui, che dica di essersi sacrificato per il bene di tutti e avere quindi esaurito il suo compito. Menzogne smascherate, giornalismo avvertito, missione compiuta. Invece no.

La mia carriera nei giornali è finita, ma il mio lavoro no. Posso scrivere nuove interviste sotto pseudonimo per quotidiani nazionali. Oppure aprire un sito internet per pubblicare nuovi falsi. Ho creato un nuovo genere: mi piacerebbe pubblicare tutto in un libro. Magari con una prefazione di Philiph Roth, vedremo se quello vero o quello falso.

Gran finale, e ritorno nei panni del giustiziere controcorrente. Giustiziere della verità, con sussulto finale d’imbarazzo.

Ho visto che Roth ha detto che non si stupirebbe se io diventassi un eroe, in Italia. Beh, vorrei dirgli una cosa: caro Roth, tu non conosci l’Italia. In Italia diventa eroe solo chi va dove tira il vento, non chi critica il sistema o si diverte dicendo la verità. Non sarò mai un eroe, ma continuerò a dire la verità. Lo so, detto da me suona strano.

(la foto è di S. Gengotti e dell’agenzia Iberpress, pubblicata dal País)

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22 Commenti

  1. GranVia

    Che schifo.
    Dovrebbero radiarlo e mandarlo a cucire palloni in Bangladesh!!!

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