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“Sono il campione della menzogna”

La confessione al País di Tommaso Debenedetti, il giornalista delle interviste impossibili

"Io volevo essere un giornalista onesto, ma in Italia non si può. E quindi ho mentito per denunciare lo stato delle cose"

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Tommaso Debenedetti – il giornalista delle interviste inventate, la cui storia è riassunta qui – confessa tutto. E per giustificarsi tenta di rilanciare, sostenendo che la sua era “una battaglia contro il sistema”. Vero giornalismo di denuncia, insomma. “Io volevo essere un giornalista culturale serio e onesto”, ha detto Debenedetti in una surreale – ma autentica, con tanto di fotointervista al País, “in Italia però è impossibile”.

L’informazione in questo paese è basata sulle bugie, sulla falsificazione. Va tutto bene finché sei fedele alla linea editoriale, finché sei considerato “uno dei nostri”. Io mi sono semplicemente prestato a questo gioco, per poter lavorare, e ho giocato fino alla fine per denunciare lo stato di queste cose. Ma mi piace essere il campione italiano della menzogna. Credo di aver inventato un nuovo genere: spero di poterne pubblicare ancora su internet, e magari farne un libro. Con prefazione di Philip Roth.

E insomma, Debenedetti è un po’ indeciso: operazione dadaista di denuncia delle bugie nel giornalismo o invenzione di un nuovo genere letterario? Il giornalista del País evita di porre direttamente la questione e chiede a Debenedetti di raccontare la sua storia. Quella giornalistica, almeno. Debenedetti racconta di essere giornalista pubblicista dal 1998, e di aver iniziato a intervistare scrittori italiani nel 1994. Erano interviste vere, almeno all’inizio, e non le comprava nessuno.

Io volevo lavorare onestamente come giornalista culturale, ma non trovavo spazio. Andavo alle conferenze stampa, ma nessuno si faceva intervistare. Scrivevo recensioni e critiche ai libri, ma mi dicevano sempre “questo lo copriamo con i nostri redattori”. Allora decisi di cambiare metodo. La tecnica consiste nel proporre le interviste ai quotidiani locali: non pagano molto, ma comprano tutto.

La prima intervista inventata risale al 2000, secondo Debenedetti. L’intervistato immaginario era Gore Vidal, il pezzo venne pubblicato dalla Nazione, dal Giorno e dal Resto del Carlino.

L’intervista piacque, il capo della cultura della Nazione mi disse: “Ora non possiamo scendere da questo livello”. Iniziai a offrire altre interviste. Il Mattino di Napoli ne comprò diverse. Mi resi conto che quello che interessava non era la cultura, ma i grandi nomi, lo spettacolo, le stelle. Non pagavano quasi niente, ma per me scrivere era più importante del denaro. E allora cominciai a giocare. La verità è che mi sono divertito da matti in questi dieci anni.

“Si è divertito da matti vivendo di menzogne?”, chiede l’intervistatore. Infatti mai nel corso dell’intera intervista Debenedetti ammette di avere anche lui – oltre ai suoi superiori, ai caposervizio, ai direttori – delle responsabilità nel cosiddetto “stato delle cose” contro cui dice di scagliarsi.

Sì, era appassionante. Passavo la mattina a fare il professore e il pomeriggio a parlare con gente come Arthur Miller, Roth, Gorbaciov o il Papa. Gli facevo raccontare la loro vita e i pezzi venivano sempre pubblicati: a volte con richiamo in prima pagina, e questo soddisfaceva la mia vanità.

E qui arriviamo probabilmente alla parte più interessante e seria di questa storia bizzarra: il rapporto con le redazioni che compravano e pubblicavano le sue interviste.

Nonostante mi pagassero solo trenta euro, e a volte manco quelli, nessuno mi ringraziava mai per le mie esclusive. Questo dimostra che era tutto un gioco: tutti sapevano. Solo che si comportavano come se non gli interessasse: “Abbiamo lo scoop? È un’esclusiva? Noi pubblichiamolo: se poi si scopre che è un falso, la colpa è del freelance”.

Quindi ai giornali sapevano che si trattava di falsi?, chiede il giornalista del País.

Certo, ma il meccanismo gli conveniva. Tutti sanno che gli autori danno interviste per promuovere i loro libri. Le mie interviste però andavano oltre: erano sempre casi politici. Bastava attribuire loro un qualche pregiudizio di destra. Mi divertiva perché sapevo cosa volevano nelle redazioni. “Sarebbe bello se parlasse male di Obama”, “sarebbe bello se parlasse bene di Berlusconi”. Io obbedivo.

Debenedetti prosegue poi smentendo che dietro il suo lavoro ci fosse un qualche complotto berlusconiano per far sembrare di destra persone di sinistra, rivendicando l’assurdità dei suoi scoop – “l’intervista a Derek Walcott durante il terremoto ad Haiti: ma chi poteva pensare che fosse vera?” – e descrivendo la sua tecnica.

Con la Repubblica, il Corriere della Sera e la Stampa non provavo nemmeno: loro fanno le verifiche. Decisi di provare con Libero per via della sua fedeltà a Berlusconi. Chiamai il capo della cultura per proporre l’intervista a John Le Carré. Lui fece qualche chiamata e mi diede il via libera. Poi gli proposi Roth. Ora, Le Carré aveva parlato di guerra fredda, spie e cose del genere. Roth invece è un uomo di sinistra, e questo era un bel dilemma per Libero. Chiedergli di parlar bene di Berlusconi è troppo?, chiesi. Dissero: “Lascia che dica qualcosa di forte contro il Nobel, per il resto basta che non vada contro la linea del giornale”.

È una confessione a ruota libera. Debenedetti spiega perché i suoi preferiti erano Abraham Yehoshua – del quale inventò nove interviste – e Philip Roth, fermo a quota cinque.

Yehoshua funzionava perché in Italia le cose che hanno a che fare con Israele e il Medioriente si vendono molto bene. Con Roth invece riuscii a predire il suo appoggio a Obama: glielo feci dire quando Obama non si era ancora nemmeno candidato alle primarie, fui ripreso dal Messaggero. E così qualche anno dopo pensai che poteva non essere strano se Roth fosse stato deluso da Obama. Del resto non sembrò strano a nessuno, escluso a se stesso e alla giornalista di Repubblica che gliene chiese conto.

Ci fu una volta però, racconta Debenedetti, che quasi lo beccavano. Era il 2006.

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