La scuola italiana funziona perfettamente? No. Ce lo dimostrano tutte le ricerche nazionali e internazionali sugli apprendimenti e soprattutto ce lo dicono altri indicatori “indiretti”. Un compito della scuola è contribuire a ridurre le disuguaglianze sociali. Oggi questo non accade, come ci ha ricordato un rapporto dello scorso anno sulla mobilità sociale nel nostro Paese curato da Irene Tinagli per Italia Futura. La nostra società è insieme immobile ed iniqua e il principale strumento di ascesa sociale, l’istruzione, non funziona.
Il problema della scuola italiana è il “lassismo” figlio del ’68 come ci ripetono certi cantori dei bei tempi andati sia di destra che di sinistra? No. In Italia si boccia tantissimo, soprattutto negli istituti tecnici e professionali (cifre intorno al 25% per i primi due anni) e in particolare si bocciano sempre gli “ultimi”: quelli che entrano a scuola con più chances di essere bocciati ne escono bocciati.
I principali oppositori del cambiamento necessario sono gli insegnanti, come sostiene la destra? Non sempre. Sono pochissimi gli insegnanti che sostengono “tutto va bene, madama la Marchesa”. C’è invece nella scuola una parte significativa di docenti cosciente delle esigenze di ripensamento, che si concepisce non come esecutore indifferente al risultato del proprio lavoro, ma come professionista, ricercatore, progettista di percorsi formativi. Che si concepisce in un ruolo, con una responsabilità. Per questo vuole che le sia riconosciuto il diritto di poter crescere nelle mansioni e nella retribuzione nel corso della propria carriera lavorativa, vuole le nuove tecnologie, vuole stare a scuola in uffici idonei non solo per le 18 ore in cui sta in aula, ritiene suo diritto che il proprio lavoro venga valutato e valorizzato, premiando impegno e risultati conseguiti. Per questo non accetta più che il proprio percorso di assunzione avvenga un meccanismo anonimo ed inefficace come l’attuale.
E allora chi si oppone al cambiamento? Tutti coloro che hanno da perdere rendite di posizione, a partire dall’apparato ministeriale, per scendere fino alle frange più corporative delle organizzazioni sindacali. E chi arresta la propria analisi al pigro luogo comune sulla “scuola migliore del mondo”. Non è così.
Qual è l’errore principale fatto dal governo? Aver impostato tutta la cosiddetta riforma facendosi guidare esclusivamente da esigenze di risparmio e procedendo attraverso tagli indiscriminati, ovvero uguali ovunque a prescindere da un giudizio su cosa funzionasse e cosa no.
Ma allora non è vero – come dice la Gelmini – che nella scuola c’erano “sprechi”?
Questo è in parte vero, ma non nel senso che intende la Gelmini. E soprattutto la toppa è peggiore del buco. Sulle elementari il ministro ha sostenuto che il Tempo Pieno (40 ore, due insegnanti per classe, con le compresenze) e il modello dei moduli (30 ore, tre insegnanti per due classi, con le compresenze) fossero uno spreco, e li ha spazzati via. Avrebbe invece dovuto verificare dove avveniva che si chiedessero docenti per fare 30 ore e se ne facevano 24, questo sì uno “spreco”. I tagli indiscriminati per loro stessa natura penalizzano maggiormente le realtà più virtuose.
40 ore di scuola e Tempo Pieno sono la stessa cosa? No, il Tempo Pieno non è una versione lunga della scuola mattutina. L’unico modello di Tempo Pieno possibile è quello con due insegnanti per classe (e quindi con le compresenze) che permetta il progetto didattico che prende questo nome; l’alternativa è che per dare 40 ore si usino 3, 4 o 5 insegnanti per classe a fare poche ore a testa: alla faccia della figura unica di riferimento tanto propagandata. Se si deve risparmiare si verifichi dove il progetto didattico del Tempo Pieno non è soddisfatto e si intervenga lì, ma se il progetto della scuola è valido, devono essere garantite le risorse per erogarlo. Il Tempo Pieno è stato messo in discussione solo per ragioni di costi: non è un criterio con cui riformare la scuola.
Ma ormai la riforma della Primaria è Legge e non si può tornare indietro. Paradossalmente, per ora sarebbe tollerabile che fosse almeno applicata: classi a Tempo Pieno là dove c’erano nel 2008, e per queste due insegnanti per classe: non uno di meno. Alcuni uffici scolastici regionali - quello della Lombardia tra questi – hanno invece assegnato l’organico andando oltre quanto previsto dallo stesso regolamento Gelmini. La mobilitazione di questi giorni, se finalizzata a questo obiettivo concreto (ripristinare il contingente previsto dalla stessa riforma Gelmini) e non a generiche rivendicazioni, potrà dare risultati in vista dell’assegnazione – che avverrà nelle prossime settimane – dell’organico di fatto (per semplificare, un organico aggiuntivo).
Il disegno della destra è favorire la scuola non statale? Qui entriamo nell’opinabile, ma anche questo è un mito da sfatare o almeno una semplificazione fuorviante. Il disegno della destra è innanzi tutto il risparmio in un settore da essa vissuto come estraneo ed ostile. Poi ci sono di certo puntuali interessi ideologici ed economici che si aggrappano a questo disegno, e la scuola privata sta venendo “risparmiata” piuttosto che favorita. Ma il disegno culturale della destra è la descolarizzazione e il ritorno alla scuola della sola istruzione e del mero trasferimento di conoscenze. Fallirà, perché la società va in un’altra direzione, ma nel frattempo si sarà accumulato un ritardo ulteriore rispetto agli altri Paesi.
Nemmeno il centrosinistra ha le idee chiare. Dopo l’esperienza del Ministro Berlinguer, che ha lasciato incompiuto il suo disegno riformatore a causa di alcuni errori da lui commessi (il principale è stato fidarsi troppo del sindacato quando gli ha detto che uno strumento rozzo come il concorsone avrebbe funzionato, e poi sottovalutare Gilda e Snals), ma soprattutto degli avversari interni che lo hanno fatto allontanare, è seguito un lungo periodo di silenzio. Da alcuni mesi le cose sono cambiate e molti territori hanno iniziato a produrre idee e mobilitazione attorno ad una proposta capace di sfidare il governo del Paese (e qui in Lombardia anche Formigoni).
Di alcune di queste si discuterà il prossimo 18 giugno a Milano nella Prima Conferenza sulla scuola del Pd lombardo. Saranno presenti tra gli altri Luigi Berlinguer e Francesca Puglisi, responsabile nazionale scuola del Pd. Maggiori info e aggiornamenti li trovate qui.
(Marco Campione è responsabile Istruzione e Formazione del Partito Democratico lombardo)




oltre a far notare che le scuole cattoliche sono ampiamente sovvenzionate, in barba alla costituzione, c’è da sottolineare che l’impressione dilagante è una totale rassegnazione alla disintegrazione della figura dell’insegnante quale educatore: esso si deve difendere ogni giorno da tagli e difficoltà gestionali piuttosto che occuparsi di come insegnare al meglio ai propri alunni.
io stesso ricordo come tra la prima e la seconda media siano state tagliate un paio di attività importantissime (laboratorio di scienze e attività teatrale) per pura mancanza di soldi. e così di male in peggio.
L’istruzione è sopravvalutata. Tanto neanche con una laurea e un dottorato si trova lavoro.
E poi oggi i ragazzi sono più avanti degli insegnanti che spesso non sanno neanche accendere un computer.
@ aNakedView.com
Come sarebbe a dire l’istruzione è sopravvalutata? Il problema è proprio pensare che l’ottenimento di un lavoro sia l’unica misura dell’utilità e della bontà dell’istruzione.
Se in Italia non si trova lavoro neppure con una laurea o con un dottorato (cosa smentita tra l’altro dalle statistiche che dimostrano una migliore retribuzione e maggiori possibilità per i laureati), ciò non vuol dire che l’istruzione sia sopravvalutata, ma semmai:
1) che il mercato del lavoro non è in grado di valorizzare le competenze e le conoscenze;
2) che l’università italiana è incapace di fornire adeguate conoscenze e competenze.
Pensare che l’istruzione non sia una cosa buona, nè utile significa rassegnarsi alla decadenza della civiltà e in questo caso condannarsi all’eclisse del nostro Paese.
Quello che ci vuole è un’istruzione che insegni l’importanza dell’arricchimento culturale e professionale e non semplicemente il raggiungimento di obiettivi a breve termine.
Ha ragione Faust. L’istruzione in Italia è sottovalutata. Solo due dati. Il primo lo si trova in un recente testo di Cipollone pubblicato per Il Mulino (Il Capitale Umano) che dimostra come il laureato italiano sia pagato molto meno dei suoi omologhi dei paesi OCSE, nonostante in Italia ci siano meno laureati che altrove e quindi per una banale legge economica dovrebbero essere più “preziosi”.
Il secondo – in parte correlato al primo – viene dall’Istat, che ci dice che circa 3 milioni di italiani sotto i 35 anni svolgono funzioni o mansioni non corrispondenti al titolo di studio conseguito (inferiori, ovviamente).
Quali le cause? Una è certamente la caratteristica del mercato del lavoro italiano e del suo tessuto produttivo, ma non è solo questo. L’inadeguatezza del sistema scolastico sicuramente è una concausa. Servirebbero: riduzione di un anno del percorso scolastico, adeguamento del curriculum (aumentando l’opzionalità), valorizzazione del territorio nella governance delle scuole, adeguamento degli ambienti di apprendimento ai mutamenti in atto (nuove tecnologie, ma anche nuove scuole, maggiore utilizzo della didattica laboratoriale…) e altre cose di questo genere.
Sì, i ragazzi magari sanno accendere il pc, ma poi che ci fanno, a parte visitare i siti porno, dico?
Un buon ottanta per cento di Internet è in inglese: gli adorati pargoli lo sanno, l’inglese?
E l’italiano?
Qua si parla tanto di tagli, ma a me sembra che si dovrebbe parlare piuttosto di qualità degli insegnanti.
Ce ne saranno di bravi, non discuto, ma le mezze calze certo non mancano e nessuno le può cacciare.
Ma già, tanto il problema è sempre un altro, ed è sempre colpa di Berlusconi.
Ma non è che magari nelle scuole italiane si studia poco e male?
Studiare di più, no eh?
@faust
Non credere che per me sia un boccone facile da digerire. Io nella cultura ho creduto davvero.Adesso però prenderei a calci nel culo tutti i miei insegnanti, dalle elementari all’università!
Se per certi versi concordo con te sul fatto che l’ottenimento di un lavoro non sia l’unica misura dell’utilità dell’istruzione, ti prego di convincere anche il mio padrone di casa, la cassiera al supermercato, e non ultimo la commessa della libreria, perchè anche i libri costano. E purtroppo sono un investimento a perdere.
@ biagio: non so che giovani conosci tu…Quelli che conosco io sanno l’inglese meglio dei loro vecchi insegnanti di Storia o di Geografia. Inoltre se anche vanno sui siti porno, ricorda che noi non ci andavamo solo perchè non c’erano ancora.
Per favore, smettetela di parlare male dei giovani. Loro sono una risorsa. Siamo noi che abbiamo lasciato che i vecchi rovinassero tutto!
Riguardo alla qualità degli insegnanti concordo in pieno. Io ne ho avuti di pessimi! E di pessimi ce ne sono anche oggi.
Forse se lasciassimo agli studenti la possibilità di esprimere una valutazione in merito, gli insegnanti farebbero meno gli spocchiosi.
Io voglio un mondo dove le cattedre (e le poltrone) scricchiolino di continuo se occupate in modo improprio.
@ aNakedView.com
comprendo la situazione e da studente sono consapevole che ben presto anche io mi troverò a dover affrontare questa dura realtà. Ma anche la peggiore delusione lavorativa non significa che l’istruzione sia inutile o dannosa, ma piuttosto che essa è disegnata male e non risulta efficace per il nostro mercato del lavoro.
Ho letto sul tuo blog questa considerazione:
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In buona parte concordo, ma credo che proprio la peculiarità, anche il provincialismo se vuoi, del nostro tessuto produttivo, dovrebbe spingere a ripensare i programmi universitari. Insomma, dovremmo renderci conto dei limiti e delle caratteristiche del nostro Paese e imparare a sfruttarle, anche attraverso un istruzione appropriata. Ma per fare questo ci vuole un disegno, una strategia, che è sempre mancata nelle riforme scolastiche degli ultimi 40 anni.
La citazione era:
Tutto questo si innesta in un mercato, quello Italiano, in cui i lavori offerti sono spesso a basso contenuto tecnico, per i quali un’alta qualificazione è inutile perché c’è una propensione assoluta al risparmio: per cui molta della preparazione impartita ai laureati è spesso inutilizzabile, tanto che ci sarebbe da chiedersi se siano davvero le Università a non funzionare o se piuttosto non sia il mercato del lavoro nostrano a non aver bisogno di laureati qualificati: e quindi ad essere sostanzialmente un mercato da paese del terzo mondo.
@faust
Non vorrei sembrare pessimista, ma a sentire l’aria che tira non credo che ci sia un’intenzione politica che miri a migliorare il rapporto tra Università e mondo del lavoro. Le priorità dei nostri politici sono altre. Tipo non farsi beccare con le mani nella marmellata…
E’ stato un piacere scambiare due “chiacchiere” con te. Ciao