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Ilvo Diamanti contro il pensionamento dei baroni

Chi è entrato di ruolo molto tardi rischia di non avere una pensione adeguata, dice Diamanti

Ma come si fa a fare a diventare professori più presto, se i baroni non vanno in pensione mai?

1 giugno 2010

Si ritorna a parlare della proposta del PD di pre-pensionare i professori universitari (pre-pensionare per modo di dire: si chiede di farli andare a pensione a 65 anni). Ieri ne ha scritto Ilvo Diamanti su Repubblica, che si è detto concorde con le critiche mosse al progetto da Mario Pirani (a cui Maria Chiara Carrozza, co-autrice della proposta, rispose sul Post). Diamanti aggiunge un argomento che lui stesso giudica “molto personale”.

Autobiograficamente: io, che non ho avuto baroni a trainarmi, ma molti colleghi e maestri, con i quali ho collaborato, studiato, scritto e pubblicato, ebbene, sono diventato di “ruolo”, ho, cioè, vinto il concorso di ricercatore, quando avevo 40 anni. Prima – e per 14 anni – ho fatto il precario. A mia volta: assegnista, borsista, “ esercitatore”. E poi dottorando e dottorato. Per mantenermi (ma anche per passione), ho diretto un ufficio studi sindacale, poi ho fatto il ricercatore di professione. Così come, durante gli studi universitari, per sostenere i costi e aiutare la famiglia, ho fatto molti altri “lavori”. Fra l’altro: il benzinaio, l’assicuratore, il venditore di enciclopedie, l’operaio. Un’esperienza veramente formativa.

Non c’è dubbio che per Diamanti possa essere stata una proficua esperienza barcamenarsi facendo il benzinaio, il venditore di enciclopedie e l’operaio a un’età a cui in qualsiasi altro paese al mondo avrebbe avuto meritatamente una cattedra: paesi in cui le ottime analisi e gli insegnamenti che Diamanti ha dato agli italiani negli ultimi decenni sarebbero giunti molto prima. Ed è una fortuna che il suo progetto di vita – sposarsi, andare in vacanza, avere dei figli – non abbia risentito di questa condizione di prolungata precarietà. Da qui a definirla un bene da tutelare, “un’esperienza veramente formativa” da promuovere e valida per tutti, forse ne passa: di certo per molti altri quarantenni sarebbe più formativo poter cominciare a fare costruttivamente il loro lavoro prima, piuttosto che fare il pieno. Che se vogliono, non è loro impedito. L’elogio della “faticosa gavetta” in questo paese ha prodotto l’idea del posto di lavoro come “favore” che viene elargito e premio di sacrifici, legittimando ogni genere di aberrazione sui luoghi di lavoro ai danni dei più giovani.

Diamanti personalizza ulteriormente la sua analisi di un provvedimento pensato per migliorare e rinnovare il sistema educativo e formativo nazionale.

Se davvero mi chiedessero di andare in pensione a 65 anni, temo che, alla scadenza, non raggiungerei i requisiti minimi di anzianità richiesti. A meno di non “riscattare” (si dice così?) gli anni della laurea, del dottorato, ecc… A un costo, mi si dice, tale da azzerare i primi anni di pensione. Per fortuna, ho ancora un po’ di tempo – un po’ di anni di università – davanti, per organizzarmi.

Bizzarra argomentazione, anche questa: che invece imputa il mancato raggiungimento dell’anzianità necessaria a una pensione soddisfacente a un pensionamento troppo precoce piuttosto che a un avvio troppo ritardato della professione. Avvio ritardato dalla deriva che Diamanti difende: gli sarebbe bastato infatti poter entrare di ruolo prima, per raggiungere i “requisiti minimi richiesti”: non avrebbe potuto fare il benzinaio, ma non si può fare il benzinaio e pretendere pensioni da professore universitario. Diamanti riceverebbe semplicemente la pensione congrua ai contributi che ha versato.

Diamanti mette in dubbio anche il fatto che con i soldi risparmiati dall’università per ogni professore pensionato si possano assumere tre giovani ricercatori, come sostiene Carrozza. La prima motivazione è particolarmente lapidaria e pigra: secondo Diamanti non ci sono giovani, all’università. E il suo argomento conferma la degenerazione anagrafica del sistema accademico italiano.

Tuttavia, dubito seriamente che, al mio posto e con il mio stipendio, entrerebbero tre nuovi, giovani ricercatori, come si ipotizza. Intanto perché di giovani, all’università, non ne vedo più. I collaboratori, intorno a me, ormai hanno i capelli bianchi, hanno messo su famiglia, sprezzanti del rischio: hanno persino fatto figli. Magari potessero subentrare a me, loro, precari ad alta qualificazione e con “tanti tituli”. Se così fosse davvero, me ne andrei prima. Anche subito. Magari all’estero, dove in un paio di università, almeno, e in un paio di paesi, almeno, un vecchio barone come me troverebbe ancora posto.

La seconda ragione è il timore che le università e il ministero alla fine preferiscano non assumere nessuno, per rimpiazzare i baroni. E quindi meglio tenersi i baroni.

Ma continuo a dubitare che al posto dei Baroni 50-60enni, subentrerebbero davvero tanti giovani ricercatori. Credo e, anzi, temo che – invece – il “taglio” avverrebbe con pochi rammendi. Senza turnover. Chi è fuori ci resterà, raggiunto dai neopensionati. Tutti in cammino verso una società senza (o meglio: con sempre meno) “statali”. E senza Baroni. Verso una società popolata da lavoratori autonomi. Artigiani, commercianti, liberi professionisti. Imprenditori. Grandi, medi, piccoli e piccolissimi. E da lavoratori dipendenti. Ma Privati. D’altronde, come rammentava Eugenio Scalfari domenica scorsa, “gli statali votano in larga maggioranza a sinistra”. E, aggiungo, i Baroni ancor di più. “Il loro scontento non peserà, se non marginalmente, sul consenso raccolto dal governo”. Perché mai, dunque, dovrebbe preoccuparsene il governo insieme alla Lega e al centrodestra?

Poi la stoccata, alla fine dell’articolo, del genere benaltrista a cui Diamanti non aveva fino a oggi abituato i suoi lettori: ma il PD non potrebbe occuparsi d’altro?

Mi sfuggono, semmai, i motivi, le ragioni per cui ci stiano pensando l’opposizione e il PD. Forse perché è più facile – e popolare – combattere i baroni che il Cavaliere.

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9 Commenti

  1. costantinom

    Peccato per la stoccatina finale, fino a quel momento mi sembrava una discussione nel merito delle cose. Alla fine c’è sempre il ritornello che è tutta colpa di B.

    E riflettendo sulla stoccatina: ma al politico, in fondo, non conviene cercare la strada più popolare ? In democrazia contano i voti, no ?

  2. giggi76

    articolo ineccepibile (questo, non quello di Diamanti)

  3. gpec

    L’orribile ‘elogio della gavetta’ di Diamanti deriva da un fraintendimento assai comune in Italia (ciò che stupisce è che sia proprio un professore universitario a farlo), vale a dire che la gavetta sia in sé un bene assoluto, atto a formare gli spiriti. Ciò è falso! Prendete gli esempi di due paesi A (Francia, per esempio) e B (Italia, diciamo).

    Nel paese A, i posti di ricercatore universitario (e di ordinario in seguito) vengono dati sistematicamente ai candidati con un profilo di ricerca eccellente (molti articoli/libri, pubblicati in riviste/collane di prestigio internazionale). Un ricercatore sprovvisto di tali requisiti può unicamente ambire a posti di natura provvisoria. Se tale ricercatore vuole vincere un concorso, deve dedicare i primi anni della sua carriera alla costruzione di un CV competitivo: scrivere, studiare, partecipare a convegni, sviluppare collaborazioni, accettando stipendi non elevati e precarietà. Il posto arriverà una volta che il suo profilo scientifico sarà eccellente. Questa è senza dubbio gavetta, ed è a mio avviso costruttiva, in quanto spinge gli individui a migliorarsi esattamente nel loro ambito disciplinare, consci di muoversi in un sistema trasparente e fondamentalmente onesto.

    Nel paese B i posti di ricercatore, associato e ordinario vengono distribuiti in modo oscuro, seguendo fantomatiche regole di avvicendamento e lealtà politica. La qualità scientifica dei dossier conta relativamente poco (se non nulla), ciò che conta è il clan, la lealtà e la pazienza. In questo paese un ricercatore ambizioso lavora anni e anni nella precarietà, sviluppando un dossier scientifico competitivo e di livello internazionale, sapendo tuttavia che tale dossier è praticamente indipendente dalla sua carriera, che si sviluppa invece in una dimensione squisitamente ‘politica’. Questa è gavetta nefasta, poiché dissocia carriera e merito, e crea ricercatori inaciditi (o più semplicemente spinge tali ricercatori a andarsene lontano lontano dall’Italia).

    Quanto poi allo frase di Diamanti che si chiede se ci sarebbero giovani capaci pronti a prendere il suo posto, un solo commento: ‘ma dove vivi?’

  4. focavolante

    Grazie per l’articolo. Ieri ho letto l’articolo e ho pensato “What the F#$%!”. Ho anche cercato l’indirizzo email di questo Ilvo. Se davvero pensa che non ci siamo abbastanza giovani per rimpiazzarlo e’ l’ora che la smetta di scrivere le sue tante publicazioni e passi piu’ tempo coi suoi studenti. Poi ci si meraviglia che la benzina costa tanto… se i benzinai sono prof universitari…

  5. larry

    Io sono favorevole al prepensionamento dei barboni. Circa i pelati ci devo riflettere, vi faccio sapere.

  6. Ci vuole faccia tosta a dire che all’università non ci sono giovani! I suoi collaboratori hanno i capelli bianchi perchè quelli giovani li ha sbattuti fuori (forse per sentirsi meno vecchio..)

  7. biagio

    Siamo alle solite, tutti bravi a denunciare i mali dell’Italia e a proporre ricette salvifiche.
    Basta però che non si tocchi il “particulare” di qualcuno, perché in tal caso quel qualcuno è subito pronto a ergersi a difesa dei propri grandi o piccoli privilegi, spacciandoli per “interesse generale”.

    Poi dice che la mafia è una roba siciliana…

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