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  • domenica 30 maggio 2010

C’è un caso Mihajlovic?

L'arrivo a Firenze dell'allenatore serbo fa discutere per il suo appoggio agli stragisti serbi

È nato un caso attorno a Sinisa Mihajlovic, ex calciatore e oggi allenatore, e al suo probabile imminente ingaggio da parte della Fiorentina: il cui attuale allenatore Prandelli assumerà la guida della nazionale italiana dopo i mondiali in Sudafrica. La ragione del caso sta in due aspetti della carriera di Mihajlovic.

Il primo ha a che fare con la sua condotta sportiva, ed è evidente che sotto questo punto di vista il profilo di Mihajlovic strida con quello di Prandelli. Il serbo è stato per anni uno dei migliori difensori e calciatori di punizioni del mondo, ma si è anche distinto per una condotta piuttosto violenta: disse “negro di merda” a Patrick Vieira, sputò e passeggiò sopra Adrian Mutu (che si ritroverà ad allenare, dovesse essere ingaggiato dalla Fiorentina).

Poi c’è la questione, ben più seria, delle sue amicizie, delle sue opinioni e della loro esibizione. Durante l’intervento della NATO in Kosovo, Mihajlovic fu non solo critico verso l’iniziativa militare – lo fecero anche molti altri, senza per questo sostenere Milosevic – ma anche solidale  nei confronti del regime serbo responsabile di enormi efferatezze e violenze. Così l’allenatore serbo in un’intervista del marzo 2009 al Corriere della Sera.

«Siamo un popolo orgoglioso. Certo tra noi abbiamo sempre litigato, ma siamo tutti serbi. E preferisco combattere per un mio connazionale e difenderlo contro un aggressore esterno. So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta. Ci ho parlato tre-quattro volte [con Milosevic, ndr]. Aveva una mia maglietta della Stella Rossa di Belgrado e mi diceva: Sinisa se tutti i serbi fossero come te ci sarebbero meno problemi in questa terra»

Ma la scelta più criticata è l’amicizia e la stima di Sinisa Mihajlovic per Željko Ražnatović, altrimenti noto come la tigre Arkan.

Željko Ražnatović è stato protagonista macabro delle violenze del regime di Milosevic, autore e regista di una lunga serie di violenze e per questo incriminato dall’ONU per crimini contro l’umanità. Dopo una carriera da rapinatore, sicario e piccolo criminale, Ražnatović diventò il capo degli ultrà della Stella Rossa di Belgrado, la squadra in cui giocava Mihajlovic. Quando la Serbia entrò in guerra con la Croazia, Milosevic gli diede il compito di organizzare una milizia paramilitare composta da volontari per le operazioni più sanguinose, conferendogli la guida del Centro per la Formazione Militare del Ministero per gli Affari Interni serbo. Arkan reclutò tremila volontari – molti di questi proprio tra gli ultrà della Stella Rossa – e formò una milizia chiamata appunto le Tigri. Le attività della milizia consistevano nell’arrivare in un paese di etnia musulmana o croata e uccidere, saccheggiare, bruciare, distruggere, stuprare. Poi mettevano in piedi un campo di concentramento per i sopravvissuti, e si spostavano verso un altro paese. La lista dei crimini commessi da Arkan dal 1992 al 1995 è impressionante e sterminata: quattrocento persone uccise a Bijelina, seicento persone uccise a Brcko, ventimila persone uccise a Prijedor e nei paesi vicini, novecento persone uccise a Sanski Most, settecento persone uccise a Cerska. Nel giugno del 1995, poi, le tigri di Arkan aiutarono Ratko Mladic nelle atrocità del massacro di Srebrenica, uno dei più sanguinosi dalla fine della seconda guerra mondiale: quasi diecimila persone vennero uccise a sangue freddo e gettate in fosse comuni, in quello che sia il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia che la Corte internazionale di giustizia hanno definito un genocidio.

Ražnatović morì nel 2000, ucciso da un poliziotto: Mihajlovic gli dedicò un necrologio e non fece mistero di approvare – secondo alcuni addirittura lo commissionò – lo striscione (“Onore alla tigre Arkan”) che i gruppi di ultrà laziali di estrema destra mostrarono in suo ricordo. Sempre Mihajlovic, sempre nell’intervista al Corriere della Sera.

«Lo rifarei [il necrologio, ndr], perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri»

Il caso è stato sollevato da Adriano Sofri, prima nella sua rubrica sul Foglio e poi in un articolo sull’edizione fiorentina di Repubblica in risposta a chi gli rimproverara di “mescolare calcio e politica”.

Delle sue opinioni, direte, chi se ne frega: dopotutto deve fare l’allenatore di calcio, non il militante politico. Be’, non esattamente. Lui ha usato e abusato del suo ruolo sportivo per esaltare le sue opinioni, e poiché i suoi idoli erano Arkan e le tigri serbiste e le loro imprese criminali, mi sembra difficile che ideali simili non influiscano sul modo di considerare l’agonismo sportivo e la formazione dei campioni a lui affidati. Perché, dite, Firenze dovrebbe essere scontenta di un allenatore che andava bene a Catania? Non so, vediamo. Forse Firenze è diversa da Catania, e forse Catania stessa sarebbe diversa da Catania, se ne avesse l’occasione.

A Sofri ha poi risposto, tra gli altri, Andrea di Caro sul Corriere Fiorentino.

Il nuovo allenatore della Fiorentina ha il diritto di essere giudicato per il suo (breve) passato da tecnico e soprattutto per il lavoro che saprà svolgere d’ora in avanti. Certo, il carattere di una persona, quello non si cambia. Mihajlovic è uno che non porgerà mai l’altra guancia. Ne sa qualcosa anche Totti, recentemente vittima dei suoi strali. Ma avere carattere significa avere quello che viene definito un cattivo carattere e nello stesso tempo avere quello che viene definito un cattivo carattere significa avere carattere

Così Sofri sull’edizione fiorentina di Repubblica, oggi.

La politica e il calcio si sono mischiate da sempre, e sempre peggio. Quanto a me, sostengo senza riserve la libertà delle idee, politiche e non, di ciascuno. Ma c’è un equivoco. Io parlo del sostegno militante e mai ripudiato (anzi, sempre ribadito) che Mihajlovic ha offerto a crimini e criminali di guerra.

Viene da sorridere amaramente all’auspicio che lo sport si astenga dalla politica, per chi sappia che le scintille prime del bagno di sangue nella ex-Jugoslavia vennero dagli stadi di calcio. Arkan era stato il capo degli ultras della Stella Rossa, quando era ancora un feroce delinquente comune, e prima di diventare un capo di massacratori, stupratori, torturatori, kapò e saccheggiatori di migliaia di civili innocenti. Mihajlovic era amico di Arkan, e si dice fiero di non rinnegare gli amici: ma c’è una differenza fra rinnegare un’amicizia e ripetere ancora oggi che «Arkan è stato un eroe del popolo serbo». Dice Mihajlovic: «Siamo un popolo orgoglioso. Siamo tutti serbi. Preferisco combattere per un mio connazionale».

Non so che cosa pensino delle cosiddette guerre nella ex-Jugoslavia i sostenitori della Fiorentina. Ma il nazionalcomunismo di Milosevic e dei suoi scherani, che ha riportato il genocidio nell’Europa a un’ora d’aereo da Firenze, non è “un’idea politica”, e la frase dell’orgoglioso Mihajlovic somiglia a quella che avrebbe potuto dire un tedesco al tempo di Hitler: «Siamo un popolo orgoglioso. Siamo tutti tedeschi. Preferisco combattere per un mio connazionale». La dissero in tantissimi, pochissimi invece se ne vergognarono. Quei pochissimi riscattarono l’umanità. È successo anche nella ex-Jugoslavia.

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