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Colombia: vincerà davvero Antanas Mockus?

Quasi sicuramente si andrà al ballottaggio e lì Mockus potrebbe vincere davvero

Dice che il futuro della Colombia non si scriverà più con il sangue ma con il lapis

28 maggio 2010

Una campagna elettorale così in Colombia davvero non se l’aspettava nessuno. Fino a due mesi fa il quadro si riduceva alla convinzione che Uribe avrebbe di nuovo vinto al primo turno, come aveva fatto nel 2002 e nel 2006. La Corte Costituzionale invece ha deciso che non potrà ricandidarsi per una terza volta alla Presidenza della Repubblica, e con la fine dell’Uribismo si sono aperti scenari del tutto inaspettati.

Quello più sorprendente porta sicuramente il nome di Antanas Mockus, lo strampalato matematico e filosofo colombiano di 58 anni leader del microscopico Partito Verde. Nonostante abbia perso qualche punto nelle ultime settimane, i sondaggi lo danno a un solo punto di distanza da Juan Manuel Santos, il candidato espresso dal partito di Uribe (Partito U). Le elezioni si terranno domenica e a questo punto quasi sicuramente si andrà al ballottaggio del 20 giugno, dove secondo le ultime analisi Mockus potrebbe vincere davvero.

Figlio di immigrati lituani, la sua barba gli dà l’aria di un pastore baltico. È famoso per la sua onestà e intransigenza nei confronti della corruzione e della politica sporca. Eletto due volte sindaco della capitale Bogotà, ha sempre snobbato i partiti tradizionali. Ripete in continuazione che la vita e i fondi pubblici sono entrambi sacri e che il futuro della Colombia non si scriverà più con il sangue ma con il lapis.

Le sue trovate clownesche gli hanno guadagnato la fama di Cappellaio Matto: una volta, da sindaco di Bogotà, scese in strada travestito da un improbabile Superman in tuta gialla e mantello rosso che insegnava ai cittadini l’imprtanza del dialogo e del rispetto per gli altri. Un’altra volta si fece una doccia in diretta televisiva con la moglie per invitare i cittadini a consumare meno acqua. E quando insegnava alla Universidad Nacional, la più grande università pubblica del Paese, mostrò il sedere agli studenti che protestavano.

Eppure i numeri dicono che la sua politica è risucita davvero a trasformare Bogotà:

Il numero di omicidi si è dimezzato in nove anni, passando dai 3340 del 1995 ai 1558 del 2004. La sua campagna contro il possesso delle armi ha convinto più di 4.000 persone a rinunciare alle loro pistole in cambio di soldi o cibo. La sua politica fiscale è riuscita a tenere sotto controllo il budget della città, facendogli addirittura guadagnare la fama di neoliberale. Oggi punta da un lato sulla lotta contro il crimine – per rassicurare l’elettorato ancora fedele alla politica di Uribe – dall’altro ai temi di ambiente, istruzione e lotta alla povertà – per fare presa sull’elettorato più giovane. Se l’onda verde si è propagata così rapidamente infatti è anche merito di Twitter, Facebook e Youtube.

Secondo Newsweek l’aspetto ancora più sorprendente della popolarità di Mockus è il fatto che Santos non sia mai stato considerato davvero il favorito:

Dopo tutto, Santos è stato Ministro della Difesa del governo Uribe per tre anni e sotto la sua guida sono state condotte alcune delle operazioni più decisive della lotta contro le Farc, incluso quella che portò alla liberazione di Ingrid Betancourt e di altri 14 ostaggi. Non solo ha sconfitto una dei più sanguinosi gruppi armati dell’America Latina ma è riuscito a salvare la democrazia del Paese e ha posto le basi per la ripresa economica.

Da Paese rassegnato e convivere con la violenza la Colombia ha iniziato a sentirsi più sicura, capace di immaginare un futuro diverso. E forse proprio per questo ora i colombiani non si accontentano più di una politica centrata solo sulla sicurezza come quella di Santos. A questo si sono aggiunti poi gli scandali legati alla corruzione del governo Uribe degli ultimi anni: primo fra tutti quello dei cosiddetti “falsi positivi”, quando le forze di sicurezza uccisero deliberatamente alcuni campesinos e poi li vestirono con abiti da guerriglieri per poter far salire il numero di ribelli uccisi nella lotta alle Farc.

Lo scrittore colombiano Efraim Medina Reyes scrive su Internazionale che la Colombia non sentirà la mancanza di Uribe, definendolo un nanerottolo autoritario che nasconde il suo dispotismo dietro un sorriso inquietante e che fa battute di pessimo gusto:

Alla fine del suo governo Uribe lascia una scia di corruzione e un Paese sottomesso come non mai a quelle forze oscure che fanno dell’intimidazione la vera anima di una falsa democrazia. Gli sfollati continuano ad ammucchiarsi nelle periferie delle grandi città e la disoccupazione non dà tregua, facendo a sua volta aumentare la delinquenza. Il 9% di colombiani sentirà la mancanza di Uribe, insieme alla nostalgia per le vacanze protette da carri armati ed elicotteri, sinonimo di libertà e democrazia.

In un’intervista al Pais, Mockus ha ribadito che il suo programma di governo punta su legge, morale e cultura e che la lotta alle Farc deve essere combattuta secondo le regole della democrazia legalitaria e senza scorciatoie. E a chi lo accusa di essere un candidato troppo debole per la battaglia contro i gruppi armati risponde: “non sarò mai disposto a trattare con i guerriglieri in possesso di ostaggi”.

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11 Commenti

  1. alef

    Non so se usare i media mainstream come riferimento, qui e nell’altro articolo, sia il modo equo di trattare l’America Latina in un giornale ‘di sinistra’. Non si può parlare di Uribe senza citare i *paramilitari* e la violenza diffusa in tutta la Colombia, la tortura di Stato, le politiche fortemente neoliberali, i conflitti diplomatici con il resto degli stati Sudamericani. Sembra quasi un articolo di colore degno della colonnina di Repubblica.

  2. Luca Sofri

    Beh, i “media mainstream” sono i più accreditati e autorevoli giornali del mondo: diciamo che li riteniamo discretamente attendibili e completi e nell’analisi, nella gran parte dei casi, e più di altre non precisate fonti. Ma puoi scrivere anche a loro dicendo che scrivono articoli di colore da colonnino. Ciao.

  3. carmine

    Ma sei sicuro di aver letto bene gli articoli, Alef?
    In entrambi si parla del paramilitarismo (in questo si cita anche il caso specifico dei “false positive”) ed entrambi riportano con precisione le critiche all’Uribismo e parlano della corruzione del suo governo. Quanto alle fonti, c’è El Pais, Newsweek, l’Economist, un mensile colombiano che non mi sembra certo mainstream e che non ci va certo leggero con le critiche a Uribe e Internazionale con il commento di uno scrittore colombiano che lo critica senza mezze parole. Non mi sembra proprio che il colonnino di Repubblica possa vantare articoli di questo spessore…

  4. alef

    Accreditati e autorevoli, ok, quando si occupano del mondo occidentale. Se scrivi una fesseria verrai sbugiardato il giorno dopo.
    Il discorso è ben diverso per il Sud America. Il giornale del colonnino, per esempio, ha un ‘inviato’ in America Latina che raramente si muove da Miami. O El Pais, che è un giornale di centro sinistra, ma si occupa del Sud America con, non saprei come definirlo, un occhio paternalistico da Spagna di qualche secolo fa, in difesa degli interessi delle aziende spagnole oltreoceano. Giusto la BBC spesso ha un atteggiamento molto più neutrale nelle questioni, forse perché la Gran Bretagna non ha molti interessi sul posto, non saprei.

    Qualcuno di voi ha seguito i golpe in Honduras o Venezuela, per esempio? La realtà del posto (tramite radio e tv locali, ONG, ecc) e la realtà descritta in Europa erano incredibilmente distanti. Messa così sembra che si parli di gomblotto lo so, e non so come argomentare meglio. So solo che per trovare voci dissonanti dal ‘mainstream’ è estremamente faticoso e speravo che voi poteste essere d’aiuto e non sommarvi alla corrente, tutto qui. In bocca al lupo per il Post.

  5. trik

    Ciao Alef,
    io devo confessarti che da quando c’è il Post il giornale non lo compro più, perché ci trovo un sacco di notizie che sui giornali mainstream e sul colonnino di Repubblica non trovavo. Cose che mi interessano di più, scritte in un modo che mi piace di più. Meno pettegolezzo, più riflessione… questa è l’impressione che ho. Poi ammetto che io sul Sud America non sono informata come sembri esserlo tu, ma a questo punto forse sarebbe anche bello che tu citassi le fonti da cui trovi un’analisi dei fatti che è più completa e interessante, qui al Post mi sembrano persone intelligenti.. magari così leggi un giornale ancora migliore tu, e anche noi. Una cosa così al colonnino di Repubblica forse non si può fare ma qui… e anche solo questo mi sembra che faccia una bella differenza.

  6. alef

    Ciao trik, se posto qui è proprio perché come te speravo in qualcosa di diverso.
    Per la questione fonti ti rimando a quest’altro articolo e relativi commenti, per evitare di crosspostare le stesse cose http://www.ilpost.it/2010/05/29/i-nostri-amici-dittatori/

  7. carmine

    Alef, o non sai leggere o sei in malafede. Ho letto il tuo intervento sull’articolo di Costa: come fai a sostenere che Il Post ha definito Uribe “amico” quando in entrambi gli articoli lo si critica a chiare lettere?!! Si parla della sua connivenza col paramilitarismo, della corruzione del suo governo, della falsa democrazia che ha lasciato in eredità, delle disuguaglianze sociali prodotte dalla sua politica economica… Tra l’altro continui a portare come esempio le critiche a Repubblica quando in questi articoli sulla Colombia Il Post non ha mai usato Repubblica come fonte!!! E poi: davvero consideri due testate colombiane come Semana e Gatopardo mainstream e filoccidentali??? Tra l’altro l’articolo di Gatopardo citato e tradotto dal Post nel pezzo sulla fine dell’Uribismo è stato pubblicato per intero questa settimana da Internazionale. Ma sicuramente secondo te anche Internazionale sarà senz’altro un altro giornale mainstream del sordo occidente… va bene chiedere un ampliamento delle fonti, ma fingere di non vedere per il gusto di attaccare è disonesto: altro che etica dell’informazione.

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