Il Post
RSS Registrati Login
— Politica

Baroni in pensione a 65 anni: a Londra si fa già

Marco Simoni spiega che alla London School of Economics i professori vanno in pensione a 65 anni, ed è meglio anche per loro

22 maggio 2010

Il progetto articolato in un documento del Partito Democratico presentato all’assemblea di questi giorni che mira ad abbassare l’età del pensionamento dei professori universitari a 65 anni, ha incontrato finora molti consensi e due ordini di obiezioni. Il primo è che “non basti a risolvere i problemi dell’università”, e questa è un’obiezione che viene sistematicamente mossa dai critici di qualunque cosa, tanto che questo tipo di atteggiamento ha fatto coniare il termine di “benaltrismo”: “ben altri sarebbero i problemi da risolvere…” si dice, e intanto non se ne risolve mai nessuno.

Il secondo ordine di dubbi riguarda il rischio di allontanare dall’università persone che all’insegnamento, alla ricerca e alla cultura hanno ancora molto da dare, costringendole su un evocata poltrona di casa dimenticate dal mondo della scienza. Ma Marco Simoni, che insegna alla London School of Economics, spiega che lo scenario da immaginare è invece un altro, già attuale in Gran Bretagna.

Questa opinione si basa sulla mia esperienza all’università dove lavoro attualmente, la London School of Economics, dove esiste esattamente questa norma. Per essere precisi, qui quando si firma un contratto di lavoro di professore, per così dire a tempo indeterminato, si firma in realtà un contratto a termine, il cui termine è il compimento del tuo 65esimo compleanno.
Questo naturalmente non significa, come lasciano intendere in cattivissima fede alcuni interessati osteggiatori della proposta, che la tua “sapienza” e il tuo “contributo” andranno persi. Nel campo intellettuale, o almeno nei luoghi dedicati alla ricerca e all’insegnamento, è il valore di quel che dici e delle cose che hai da dire a determinare il rispetto nei tuoi confronti e anche la domanda nei tuoi confronti, indipendentemente dalla tua età.
Pertanto, anche se tecnicamente in pensione, un vero professore emerito di 65 anni, ossia uno che non possiede quel titolo per ragioni di potere baronale ma per ragioni di sostanza, avrà talmente tante richieste di conferenze, interventi scritti, commissioni pubbliche di riforma tal dei tali, opinioni, che la pensione sarà soprattutto un sollievo dalle incombenze burocratiche legate alla carriera accademica.

Non solo, spiega Simoni, la circolazione delle idee e delle esperienze può avvenire per canali e modalità che non sono esclusi dal pensionamento formale – che libera spazi ai più giovani insegnanti, crea nuovi stimoli e arricchisce il rinnovamento della ricerca – ma sottrae i professori di più lungo corso e carriera alle molte incombenze accademiche più improduttive, taciute in questi giorni.

Quelle incombenze, ad esempio la nomina di professori e ricecatori, l’assegnazione di fondi, la gestione degli esami e degli studenti, sono cose noiose e pesanti che cozzano con la vocazione alla ricerca, alla disseminazione di risultati, all’insegnamento. Un vero luminare, finalmente in pensione, certamente potrà continuare a insegnare il suo corso con un contratto di collaborazione annuale – che arrotonderà la pensione. Sarà la stessa università a chiederglielo e probabilmente a garantirgli un ufficio di appoggio all’università. Certamente continuerà come e più di prima a scrivere libri, stare in laboratorio, e in giro per l’Italia o il mondo per offrire la propria competenza e la propria sapienza. Tuttavia, oltre a essere sgravato da tutte le incombenze amministrative, non potrà nemmeno svolgere alcune funzioni di direzione accademica, quelle che vanno intraprese con la dovuta prospettiva davanti a sé, né seguire in solitudine (senza altri colleghi più giovani) studenti di dottorato la cui ricerca è più di tutte proiettata nel futuro. Niente senato accademico, niente incarichi ufficiali e formali, solo ricerca, contributo intelletuale, e vera libertà.

È a fronte dell’evidenza di queste considerazioni che Simoni conclude che evidentemente gli ostacoli alla condivisione di questo progetto debbano essere cercati altrove.

Al di fuori di un compensibile amore per il potere di chi lo detiene, non vedo alcuna controidicazione alla pensione obbligatoria a 65 anni per professori universitari.

(foto di Umezo Kamata)
TAG: , , , ,

8 Commenti

  1. windscheid

    Già nelle osservazioni di Simoni c’è maggiore articolazione rispetto alla proposta del pd (far fuori i ‘baroni’ per assumere i ricercatori).
    In linea teorica si può anche essere d’accordo, in particolare sul punto che oltre una certa età (poniamo, 65 anni) le “incombenze amministrative”, gestione dei concorsi compresa, debbano spettare ad altri, più giovani. Ma questo non vuol dire ‘pensione a 65 anni’! Chi è in pensione, è in pensione. Punto. Le conferenze.. sì, vabbè, non siamo negli USA e non esiste, se non in casi sporadici, la figura del professore-star: e la didattica, la ricerca? E’ evidente che chi è in pensione non può fare né l’una, né, con tutti i mezzi necessari, l’altra.
    E al di là di questo aspetto, che è però decisivo (il discrimine non può essere un mero criterio anagrafico: su questo ha ragione Ignazio Marino quando dice “se non scrivi, se non fai ricerca, se non fai buona didattica sei fuori”), sento un’aria di ‘utile idiozia’ funzionale a bastonare il cane morto (l’università). La norma sul pensionamento anticipato colpirà i più giovani, non i baroni, e scoraggerà chi vuole entrare nell’accademia, in particolare i migliori: uno entra in accademia a 35/40 anni, con uno stipendio basso se rapportato ad altre situazioni, una progressione di carriera meccanica e lenta, resa ancora più lenta dalle norme del ddl Gelmini… e se ne deve andare a 65 anni, quali che siano le sue capacità!
    E comunque, le ‘correzioni’ al mero taglio anagrafico non sono e non verranno minimamente prese in considerazione del Legislatore (vedi emendamento all’art. 13 del DDL Gelmini): da qui il sentore di ‘utile idiozia’…
    Infine (per completezza di informazione): quanto guadagna un Lecturer alla LSE in rapporto ad un ricercatore incardinato italiano? Il problema della ‘proletarizzazione’ degli universitari non riguarda soltanto il confronto con i pari grado europei, ma anche quello con funzioni equiparabili nella pubblica amministrazione.
    Io, che sono associato con 9 anni di anzianità (ho 41 anni), più 5 di corsi postlaurea, più insegnamento nei licei, guadagno meno, molto meno, di mia moglie impiegata (non funzionaria!) e neovincitrice di concorso in un ente pubblico economico… Tornassi indietro, mi dedicherei senza alcun dubbio ad altri percorsi di lavoro nonostante mi senta un privilegiato, ma solo perché faccio quello che mi piace fare e che so fare meglio: didattica e ricerca.

  2. piti

    Beh, detto in termini generali e non strettamente legati al mondo accademico, ma se chi occupa posizioni di lavoro (specialmente non lavoro-massa, dove forse un po’ di turn over è consentito dai grandi numeri in ballo) non lascia a una certa età, come fa chi è più giovane ad avere possibilità di ingresso?

  3. windscheid

    Caro piti,
    è vero, ma non c’è, in università almeno, consequenzialità: il grande ricambio dovrebbe esserci adesso, con i pensionamenti di chi è entrato con le infornate – ope legis e no – di fine settanta/inizio ottanta: ma non c’è… Non hai idea di quante siano le cattedre scoperte… date in affidamento. E anche nella PA c’è il blocco del turn over. Questi sono i fatti: oggi considererei pazzo (o nato col cucchiaino d’argento in bocca: e quindi indifferente alla ‘limosina’ delle borse di dottorato) un giovane preparato che volesse entrare nell’accademia.

  4. Sono d’accordissimo con questa proposta. L’unica cosa che mi chiedo è: chi pagherà le pensioni a tutti coloro i quali sarebbero andati in pensione a 80 e invece andrebbero a 65?

  5. I vecchi dele tribù primitive avevano più buon senso: a una certa età si allontanavano dalla tribù e si lasciavano morire nella foresta. I nostri vecchi (che pretendono di sentirsi ancora giovani) restano incollati alle poltrone e ci insultano dandoci dei “bamboccioni”.Questa è una forma di nonnismo!

    Non ho più nessun “rispetto per la vecchiaia a prescindere”.

    Vecchio è lento. Giovane è Rock!

  6. P.S.: …e poi i vecchi vestono malissimo!

Lascia un Commento