yungas

La strada più pericolosa del mondo

È la meta preferita degli appassionati di biking estremo, ci provano almeno in 25.000 ogni anno

Negli ultimi dodici anni trenta persone sono morte precipitando nei dirupi con la loro bicicletta

Nei suoi punti più alti, le nuvole avvolgono il ciglio della strada e nascondono il baratro. A sinistra ci sono strapiombi che arrivano fino a 600 metri, a destra una parete verticale di roccia. È la strada più pericolosa del mondo, 64 km sulle Ande tra La Paz e Coroico, in Bolivia. Negli ultimi dodici anni, da quando è diventata la meta preferita degli appassionati di biking estremo, trenta persone sono morte precipitando giù con la loro bicicletta. Eppure il suo fascino non è diminuito e ogni anno almeno 25.000 escursionisti tentano il brivido della discesa più spettacolare del mondo attraverso la foresta pluviale dello Yungas.

La strada fu costruita negli anni trenta dai paraguaiani fatti prigionieri durante la Guerra del Chaco per creare un collegamento tra la capitale e l’Amazzonia boliviana. Uscendo da La Paz la strada si inerpica fino a circa 4.700 metri di quota per poi scendere ai 1.525 metri del livello di Coroico, passando dal freddo dell’altipiano al caldo-umido della foresta.

È stata la Inter American Development Bank, la banca con sede a Washington che si occupa dello sviluppo economico e sociale dei Paesi dell’America Latina e dell’area caraibica, a definirla nel 1995 “la strada più pericolosa del mondo”, stimando che ogni anno vi muoiano tra le 200 e le 300 persone tra uscite di strada e cedimenti del terreno.

Secondo la BBC percorrerla in bicicletta è diventato uno sport estremo al pari del bungee jumping o dello sky diving, con la differenza che qui il rischio di morte è molto maggiore. La velocità aumenta progressivamente ma quasi impercettibilmente lungo il percorso e una frenata troppo brusca o un sasso visto troppo tardi possono sbalzare il ciclista nel vuoto in un attimo. La vittima più recente è una turista israeliana di poco più di vent’anni: nessuno sa esattamente come sia caduta.

“Se vai a Londra devi vedere il London Bridge, se vai in Bolivia devi fare la strada più pericolosa del mondo”, spiega alla BBC un turista australiano dopo essere arrivato alla fine del percorso. Riuscire a farla equivale a conquistarsi una medaglia d’onore. È stato un neozelandese a dare inizio all’attrazione, dopo aver scoperto il percorso durante una vacanza in Bolivia con un suo amico: Alistair Stewart cominciò a organizzare tour guidati con la sua azienda Gravity nel 1998, da allora non ha più smesso: “Crediamo che i rischi maggiori possano essere evitati dando alle persone una buona bicicletta e buoni consigli”, spiega alla giornalista della BBC, “ovviamente è anche necessario monitorare costantemente il gruppo per calmare i ciclisti sovreccitati e dare supporto a quelli meno esperti”.

Oggi sono almeno una ventina le aziende che si sono buttate nel business della strada più pericolosa del mondo. Gravity usa sempre due guide, una all’inizio e una alla fine del gruppo. Un minibus con qualche bicicletta di scorta e l’equipaggiamento di salvataggio segue in coda. Durante la stagione delle piogge, da dicembre a marzo, possono partecipare alle escursioni solo i ciclisti con più esperienza.

Finora solo uno dei ciclisti partiti con Gravity ha avuto un incidente mortale, ma quasi sempre ci sono cadute con lividi e ferite e spesso qualcuno ha bisogno di essere accompagnato al pronto soccorso. Stewart spiega il successo dell’avventura: “tutti vogliono storie di cui potersi vantare con gli amici al lavoro, al pub o su Facebook e da questo punto di vista con quella strada vai sul sicuro: avrai sempre qualcosa da raccontare”.

Ma la notizia della morte della ventenne israeliana ha calmato un po’ gli entusiasmi. “Tutti dicevano che sarebbe stato divertente ma io avevo solo paura di cadere e morire come quella ragazza” ha raccontato un turista norvegese “mi chiedevo continuamente ‘perché lo sto facendo?’, la risposta è che se vai in Bolivia lo devi fare, è una questione di sfida personale”.