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  • mercoledì 21 aprile 2010

Buttarsi sul rugby: Malcom Pagani racconta gli All Blacks

Tra danze maori e fascisti appassionati di rugby, un libro sulla leggenda degli All Blacks

"Il premier inglese Gordon Brown, perse la vista all’occhio sinistro dopo una partita alla Kirkcaldy High School, in Scozia, a soli sedici anni"

Il rugby è lo sport dell’anno e gli All Blacks, i giocatori della nazionale neozelandese, ne sono i protagonisti di maggior successo. Adesso li racconta Malcom Pagani – giornalista dell’Unità e poi del Fatto, gran scrittore di storie sportive – in All Blacks (Aliberti editore): partendo dalla haka — la danza maori prepartita — e arrivando all’infatuazione del fascismo per il rugby. Il libro esce proprio mentre la squadra neozelandese cerca di rinnovarsi – c’è appena stata una importante rotazione di allenatori – e affrontare la recente perdita di supremazia a favore del Sudafrica.

C’è chi, come il premier inglese Gordon Brown, perse la vista all’occhio sinistro dopo una partita alla Kirkcaldy High School, in Scozia, a soli sedici anni, e chi si vide licenziato in tronco per aver trasmesso involontariamente sulla prima rete televisiva neozelandese, in diretta nazionale, un film porno in luogo dell’attesa partita. Il rugby trascina a fondo, fa scrivere lettere di protesta e può portare in ospedale, far vivere o morire, sorridere o piangere. C’è rugby negli ineffabili film dei Monty Python, intrisi di humour nero venato da freddure dissacranti, e c’è rugby nei blockbuster francesi e canaglieschi degli anni Settanta con Gerard Depardieu che suda senza soluzione di continuità, come nei ricordi alcolici di Liz Taylor e Richard Burton: «Il rugby è una magnifica commistione tra il balletto, l’opera e un efferato omicidio».

Quello sport indecifrabile, complicato, carbonaro è da sempre crocevia di misteri, dolori, passioni, entusiasmi stagionali. Nella vicenda spaventosa del- la squadra rugbistica uruguaiana precipitata sulle Ande all’inizio degli anni Settanta e portata sullo schermo in Alive, i superstiti abbronzati, spensierati e inconsapevoli del dramma imminente scherzano con le hostess fino a un minuto prima dell’incidente che li costringerà all’antropofagia per sopravvivere.Se la sanno cavare anche a costo dell’orrore. Hanno imparato a trovare una soluzione, anche quando sembra che non ci sia più nulla da fare. È la forza del rugby, nella vita delle nazioni e nella morte improvvisa, nel caos e nell’ordine. Storie edificanti e apologhi consolanti, disperazioni, suicidi collettivi per una sconfitta, lutti nazionali e caroselli festanti, meteore e stelle, nazioni in ginocchio e feste, serrande e insegne, striscioni di giubilo e occhi bassi per una partita persa.

Poi c’è la Storia che entra dentro le stanze, dà torto, ragione e a volte lascia senza risposte. Non sempre il rugby è benedetto dalle divinità. Che a volte cadono come scatole d’acciaio e costringono a rivedere pia- ni, modulare ambizioni, riconsiderare il tutto, scoprendo che dietro il sipario c’è poco. L’avvicinamento dei Blacks allo Slam passa dal tour europeo del 1972-73, nel quale i “tutti neri” sfiorano l’impresa di realizzare un filotto con le britanniche piegando l’Inghilterra a Twickenham e i gallesi a Cardiff, impattando con l’Irlanda, passando a Murrayfield contro la Scozia per quattordici a nove. Perdendo infine malamente con la Francia, ma solo al termine del viaggio. Con le polemiche sotto il braccio e la stanchezza dell’impresa pari solo alla voglia di tornare. È un tour lunghissimo, che inizia nell’ottobre 1972 e finisce a metà febbraio 1973. Decine di partite, emozioni, immagini indelebili. In mezzo all’avventura, gesti tecnici da pupilla dilatata, come la più bella meta della storia del rugby, segnata a Twickenham da Gareth Edwards.

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