Islanda_vulcano
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  • martedì 20 aprile 2010

Meglio studiare che incrociare le dita

Il Wall Street Journal presenta le alternative, con inquietanti precedenti

Nel migliore dei casi, tra qualche giorno è tutto passato. Fino alla prossima volta

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Va bene. Ne abbiamo parlato, ci siamo appassionati, ci siamo stressati nelle stazioni e sugli aeroporti, ma tra poco la nuvola islandese comincerà a passare di moda e la domanda quindi diventa: cosa succede adesso?

Sul Wall Street Journal di stamattina prova a rispondere il professor Michio Kaku, che insegna Fisica teorica al City College di New York. Secondo Kaku “questa eruzione è una tempesta perfetta, una combinazione di condizioni di vento e ghiaccio che hanno trasformato un evento geologico ordinario in una crisi straordinaria”. Lo stesso vulcano aveva eruttato il mese scorso senza conseguenze, stavolta però la lava ha trovato una seconda via ed è entrata in contatto con un ghiacciaio, con una conseguente esplosione di vapore e silicati cristallizzati. L’esplosione li ha scaraventati in nuvole alte alcuni chilometri, e il vento le ha portate in giro e il resto della storia la sapete.

Ma adesso cosa succede?
Ci sono tre scenari, dice Kaku.

1) Nel migliore dei casi in qualche giorno l’eruzione si esaurisce; o il ghiaccio si scioglie, e l’eruzione torna a essere innocua per il resto del continente e del mondo. Si è cercato di effettuare delle ricognizioni aeree per controllare lo stato del ghiacciaio, ma è stato impossibile per la stessa ragione per cui non si poteva volare da Linate a Francoforte.

2) La cosa più probabile è che succeda quel che già avvenne nel 1821, spiega il professor Kaku. Allora lo stesso vulcano eruttò a intermittenza per tredici mesi. Significherebbe vivere “col terremoto” per mesi, con le compagnie aeree europee e tutto il nostro sistema economico costretto ad adattarsi giorno per giorno. Quando c’è il vento giusto o il vulcano è quieto, si vola. Altrimenti si vola dove si può, ma per i piloti significherebbe uno stato di tensione permanente.

3) Il peggiore dei casi. Improbabile, dice Kaku. Che questa eruzione ne scateni un’altra assai maggiore, tra i molti vulcani islandesi. Successe nel 1783, e fu annientata gran parte dell’agricoltura e dell’allevamento dell’isola, e la morte conseguente di un quarto degli islandesi. Le stesse conseguenze portarono alla morte di decine di migliaia di persone in tutta Europa. Fu “l’anno senza estate”.

Kaku spiega che con i vulcani bisogna in effetti convivere, e imparare a organizzarsi e reagire adeguatamente alle crisi. “L’Unione Europea è stata colta alla sprovvista. Ci sono stati caos e confusione superflua con i governi travolti dal tentativo di salvare l’industria del volo aereo. Bisogna lavorare di più sulla conoscenza e l’analisi dell’attività vulcanica”. Bisogna progettare sistemi di protezione degli aerei più efficienti. E soprattutto “bisogna tenere d’occhio l’Islanda”.

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