Sentenza Vividown, il problema per Google è la privacy

«Insufficiente (e colpevole) comunicazione degli obblighi di legge nei confronti degli uploaders, per fini di profitto»

Google ha confermato l'intenzione di ricorrere in appello

Google non fornì indicazioni sufficienti sulla tutela della privacy è per questo è stata condannata dai giudici italiani nel caso Vividown. La vicenda legale era nata in seguito alla pubblicazione di un filmato su Google Video che ritraeva i maltrattamenti di alcuni ragazzini nei confronti di un loro coetaneo autistico. Il video rimase online per due mesi circa prima di essere rimosso dalla polizia postale. I responsabili del fatto furono condannati, mentre per Google venne istituito un processo per diffamazione aggravata e violazione della riservatezza.

Le motivazioni della sentenza di condanna sono state da poco pubblicate dal giudice Oscar Magi. Il magistrato si è concentrato principalmente sui temi della privacy, lasciando da parte le accuse sulla diffamazione poiché la parte lesa ha deciso in un secondo momento di ritirare la querela. Secondo Magi, Google Italia non avrebbe fornito informazioni sufficienti sulla tutela della privacy al momento del caricamento sui propri server del video.

Google avrebbe dovuto segnalare agli utenti che per caricare un video in cui compare una terza persona è necessario il consenso della stessa per non ledere il suo diritto alla privacy. In mancanza di tale assenso, la pubblicazione del filmato può costituire un reato. Inoltre, i sistemi messi a disposizione da Google Video per pubblicizzare le immagini (classifiche, elenchi, inserzioni pubblicitarie) aumentano l’esposizione delle stesse complicando ulteriormente la posizione dei responsabili.

Nella sentenza, Magi riconosce tuttavia l’impossibilità di effettuare controlli preventivi sui contenuti pubblicati nella piattaforma video di Google. Una ammissione che secondo Vittorio Zambardino vale qualche punto per l’interesse generale della Rete:

Il gol dei nostri qui sta nel fatto che il giudice si rende conto che non si può chiedere un controllo diretto alle piattaforme e si rifugia nel calcio d’angolo dell’avvertenza al pubblico. Questo sgraverebbe la responsabilità della piattaforma. E insomma, ci sarebbe da chiedersi, e di quante cose dovrebbe avvertire la piattaforma? E non è forse la rete usata da cittadini liberi i quali si assumono la piena responsabilità delle loro azioni? Il codice penale è spiegato in ogni strada del paese in cui si possa commettere un reato?

Le motivazioni della sentenza contengono anche alcune considerazioni sulla «libertà incondizionata» di Internet e ricordano che «non c’è peggior dittatura di quella esercitata in nome della libertà assoluta». Una visione non condivisa dai responsabili di Google Italia, che hanno confermato l’intenzione di ricorrere in appello:

Stiamo leggendo le 111 pagine del documento di motivazioni del giudice tuttavia, come abbiamo detto nel momento in cui la sentenza è stata annunciata, questa condanna attacca i principi stessi su cui si basa Internet. Se questi principi non venissero rispettati, il Web così come lo conosciamo cesserebbe di esistere e sparirebbero molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici che porta con sé. Si tratta di importanti questioni di principio ed è per questo che noi e i nostri dipendenti faremo appello contro questa decisione.

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